Non morire ancora, Don Andrea!
Caro Don Andrea,
da tanto pensavo di scriverti, raccontarti la nostra vita, dirti grazie per il nostro viaggio in Terrasanta che ci ha fatto conoscere e continuare a ricordare gli uni gli altri nella preghiera. Proprio sabato sera avevamo visto le immagini di un reportage sulla tua missione in Turchia, visitando solo virtualmente i luoghi di cui ci avevi tanto parlato…. E domenica, giornata per la vita….il colpo…lo stupore, il dolore…
In mezzo alle lacrime è stata subito forte l’esigenza per me di non far morire il ricordo, la testimonianza …come spesso accade nella nostra vita di tutti i giorni, quando le persone, i doni più cari, diventano scontati…non ce ne ricordiamo, pensiamo che saranno a nostra disposizione per sempre… e rimandiamo a domani un incontro, una parola che ci potrebbe scaldare il cuore. Allora adesso è urgente ricordare, perché niente vada perduto, perché la tua vita “seme sotto la terra” come tu l’hai definita possa dare ancora frutto.
La prima immagine che ricordo di te è la tua Bibbia consumata, piena di appunti, vissuta in ogni pagina…quando la aprivi per leggerci i brani che si riferivano al luogo che stavamo visitando leggevi, ma sembrava che le parole ti venissero da dentro, come se quella “lettera d’amore che Dio ha scritto agli uomini” (S. Agostino Epistola 31 ad Theod.), tu l’avessi veramente mangiata e fosse divenuta parte di te “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal. 2,20), la fusione con il tuo Dio era tale che le parole non sembravano “altre” dalla tua vita..ma in ogni momento sembrava parlassi di te, della tua esperienza con Lui. E così tutto sembrava naturale e pacato, non eroico ne’ gridato a gran voce…la tua delicatezza nel porti in dialogo con qualsiasi persona, l’attenzione a non ferire la sensibilità altrui con gesti per noi “normali”,la ricerca , sempre, nell’altro di ciò che ci poteva unire, non di quello che ci rendeva diversi. A questo proposito vorrei citare quanto ha scritto Enzo Bianchi in un suo recente articolo sulla Stampa “Non dobbiamo alimentare nei musulmani la convinzione che l’occidente non rispetti gli elementi fondamentali della loro religione. Un conto è la rilettura, anche critica, dei rispettivi mondi di pensiero, altro è l’irrisione di ciò che è oggetto di fede e di intima convinzione; un conto è denunciare, come io stesso ho fatto più volte, l’arroganza di certe posizioni religiose, altro è il beffarsi della fierezza dei credenti. Ogni essere umano ha diritto al rispetto dei propri principi etici e religiosi, delle proprie tradizioni, delle figure fondanti il suo credo e dovrebbe essere proprio lo stato laico e le sue strutture non solo giuridiche ma anche culturali – come i mass media – a difendere e diffondere questo rispetto. (…). Ecco, irridere, deformare, deturpare l’immagine che un nostro simile ha del suo credo religioso significa far regnare la barbarie e non la civiltà nei rapporti sociali: quale progresso sul cammino della convivenza civile e delle conquiste dell’umanità possono mai rappresentare vignette come quelle pubblicate in questi giorni? Sì, a volte vi è chi in occidente pare riempirsi la bocca con la parola “libertà”, utilizzandola per dar sfogo ai propri istinti più dissacratori e, in ultima analisi, al malcelato desiderio di sentirsi superiore disprezzando gli altri”.
Ci raccontavi come l’esperienza della Turchia fosse anche di profonda solitudine…la mancanza di una comunità, di un ruolo preciso… di silenzio, di ascolto e anche di frustrazione ed “infermità” di fronte a tutto il male e le ingiustizie che eri costretto a vedere negli altri, ma anche a subire….non quindi una missione “eroica”, gridata ai quattro venti, un volersi contrapporre, una lotta strenua contro tutto e tutti…ma una presenza silenziosa e accogliente, sia di chi insultava, sia di chi, incuriosito, voleva sapere qualcosa di più su quel mondo così diverso dal suo. Cito dalla lettera di Dicembre 2004 da Trabzon:
Voltandomi ora indietro cerco di sintetizzarvi questi ultimi due mesi. Ci sono stati alcuni episodi un po’ antipatici. Tre ragazzi sono venuti a insultarci dicendoci: «Avete falsificato il vangelo, scrivete il nome di Dio sulla porta della chiesa ma non ci credete perché adorate tre dei! Dovete cambiare religione se non volete andare all’inferno!». Altri due giovani, una sera, sono venuti a “pretendere” di visitare la chiesa con una scampanellata senza fine. Avendo loro fatto notare che si suona, in genere, in modo più rispettoso si sono irritati. Ci hanno fatto vedere sul giornale la fotografia di una moschea in fiamme in Iraq. La guerra, ho detto loro, non è mai secondo Dio, chiunque la faccia, cristiani o musulmani. Ma qualche volta, mi hanno fatto capire, è giusta se è contro i cristiani. Allontanandosi imprecavano: ad ogni frase io rispondevo con una benedizione ricordandomi di Gesù. Un altro giorno sono venute due ragazze sui 16/17 anni con una serie di domande fatte con grande garbo e rispetto. Volevano sapere le differenze tra Islam e Cristianesimo. Alcune differenze, diceva, che Gesù ha detto di amare i nemici, non ha mai usato la spada contro nessuno, che Dio non solo ci ha creati ma ci ha fatti suoi figli e che un giorno lo “vedremo” e lo ameremo come Lui “vede” e ama noi. «Il Paradiso è vostro?» mi chiedono. Il Paradiso è di Dio, gli dico. Lui solo giudica. Un giorno ci accoglierà e non ci domanderà: sei cristiano, sei musulmano? Ci guarderà nel cuore e ci domanderà: hai amato? Qualche giorno dopo una delle due torna all’ora della preghiera. Mancava Loredana e mi chiede: dov’è? Oggi non c’è le rispondo, sono solo. «Solo?» mi fa, «ci sono io!». E si mette in prima fila a pregare e cantare. L’incontro più bello è stato con una ragazza, Mektap. È entrata in chiesa un venerdi, giorno in cui facciamo la preghiera sotto la croce. Aveva un viso pulito e un sorriso luminoso. Dopo aver partecipato di tutto cuore alla preghiera, alla fine si è fermata a chiacchierare. Ha cominciato dicendo: «Cos’è la ferita al costato di Gesù sulla croce? Ci hanno messo un chiodo?». Le leggo S.Giovanni e le spiego il simbolo di quella ferita sul cuore. Continua: «Cosa significa che Gesù ha lavato il peccato di Adamo? Perché doveva lavarlo? Perché non basta il pentimento? Perché doveva morire?». Poi mi dice: «Studio le religioni, l’unità tra le religioni e i punti di contatto tra esse. Ci sono tante cose belle nel cristianesimo, nell’Islam, nell’ebraismo perché tutte parlano di Dio e nascono da Lui. Ci vuole l’unità e il rispetto. Dio vede in questo momento che stiamo parlando di Lui, ne è contento. Un giorno in paradiso ce lo ricorderà. Mentre molti in questo momento parlano di soldi, di affari, di guerra, noi parliamo di Lui». Poi si interrompe e mi fa: «Posso fare la preghiera? (quella musulmana con le prostrazioni)». Me lo chiede con grande candore, come per unire la sua preghiera a quella nostra a cui ha partecipato prima. «Certo» le dico. Non mi era mai successa una richiesta del genere. Le cerco un tappetino, si mette in un angolo e fa le sue prostrazioni. Alla fine mi domanda: «Voi che gesti fate nella preghiera? Voi - mi chiede - voi fate tutto per lui? Per esempio - mi dice - se io sposto questo libro da qui a lì lo faccio per Lui. E voi?». «Anche noi - le dico - cerchiamo di fare tutto per Lui: se lavoriamo, se ci divertiamo, se dormiamo, se cuciniamo, se studiamo, se soffriamo…». E lei: «Anche io sono venuta qui in chiesa per Lui.. che bello mi dice, tutto per Lui!». Poi mi saluta con una faccia radiosa: «Vado perché tra poco è l’ora che segna la fine del digiuno e c’è la cena di festa (l’Iftar come si dice)». Quando riferisco il colloquio a Loredana mi fa notare il brano della lettura del giorno: «Un solo Dio Padre di tutti, che è al di sopra di tutti, agisce per mezzo di tutti ed è presente in tutti… »(Efesini 4.6). Mektap ne è la dimostrazione.
Hai voluto iniziare la tua missione in Turchia da Urfa, la vecchia Ur, dove Abramo obbedì alla richiesta di Dio “lascia la tua terra…”(Gen. 12,1) e ci hai testimoniato come nella vita di fede sia importante questa disponibilità a lasciare, a lasciarsi fare da Dio…non un’obbedienza cieca, deresponsabilizzante, ma un fidarsi di Colui che sai che ti ama.
Per questo penso che sia stato possibile cogliere nel tuo sguardo non il sacrificio, non l’intransigenza, ma la serenità di chi, pur nella sofferenza delle difficoltà, sa contemplare un oltre che dà pace. Ho conosciuto un uomo di fede (come, grazie a Dio, altri uomini e donne che ho incontrato nella mia vita) e non me ne voglio dimenticare, perché questo sia di stimolo a me ed anche ad altri: vivere radicalmente il vangelo non è impossibile e forse Gesù oggi ci chiede questo, piuttosto che difendere a parole i nostri “diritti” di cattolici o cristiani contro la “minaccia” musulmana…Cito dalla lettera del Febbraio 2005
Vi saluto affidandovi queste riflessioni ed esortando me e voi a mettere sempre in contatto la fede con il presente. Non una fede astratta e generica ma una fede così come da quei primi “inizi” ci e stata riversata in grembo di generazione in generazione. Il lievito, come dice il vangelo, ha una sua capacità misteriosa di fermentare la pasta, se viene messo in contatto con essa. La pasta di ogni tempo, di ogni luogo, di ogni generazione. Inoltre Gesù diceva: “io sono la luce del mondo, chi segue me non cammina nelle tenebre”. Se la sua luce è in noi, non solo illuminerà ogni situazione, fosse pure la più tragica, ma noi pure, come sempre Lui diceva, saremo luce, La luce fioca di una candela illumina una casa, un lampadario fulminato lascia tutto al buio, che Lui brilli in noi con la sua parola, con il suo Spirito, con la linfa dei suoi santi. Che la nostra vita sia la cera che si consuma in totale disponibilità.
Perciò ti prego, Don Andrea…prega per noi il nostro Dio perché ci invii lo Spirito Santo “che ci farà ricordare ogni cosa” (cfr. Gv14,26). Grazie!
Silvia
Se qualcuno vuole conoscere gli scritti di Don Andrea e di chi lo ha sostenuto nella sua missione di dialogo interreligioso può connettersi con il sito www.finestramedioriente.it Per chi fosse interessato sono disponibili dei calendari ebraico-cristiano-musulmani per l’anno 2006, rivolgersi a Giovanni